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Nella «città spettacolo» della Repubblica democratica del Congo cresce il fenomeno dei sapeurs. Hanno esistenze precarie, ma sono disposti a svenarsi per un abito griffato. La loro religione venera Armani, Dolce&Gabbana, Yamamoto. Figli di uno smodato edonismo, fanno dell'eleganza una ragione di vita
Stefano Liberti
KINSHASA
«Per noi il vestire è un'arte, è un modo di vita. È il senso proprio dell'esistenza». Golf ha il look di chi vuole stupire a tutti i costi: un completo rosso con grossi bottoni di metallo, un paio di scarpe di cuoio con borchia e un cappellino a strisce di lana, sotto al quale spuntano due occhiali da sole dalle lenti enormi. Nel caldo torrido del pomeriggio equatoriale, suda a fiotti. Ma non sembra preoccuparsene. Il suo è un obiettivo più alto: «Solo vestito così, mi sento a mio agio». Siamo a Kinshasa, nel quartiere di Bandal, nuova zona trendy della città, incrocio di mode e tendenze, laboratorio di ogni novità in quell'agglomerato caotico e allucinatorio che è la capitale della Repubblica democratica del Congo. Golf ha un volto paffuto, un fisico tozzo da lottatore e un sorriso che si illumina a tratti conferendogli un'aria quasi da bambino, nonostante i quarant'anni suonati. È stravaccato su una sedia di plastica mezza sfondata in uno dei vari bar sorti nel quartiere tutti con la stessa identica scenografia: un patio con tavolini, un piccolo palco per ballare, una consolle da cui esce musica a loop. L'inconfondibile voce di Papa Wemba - il maestro della rumba congolese - si spande in aria. Dopo i primi convenevoli, l'uomo si presenta ufficialmente: «Sono Golf 'Eloghi ya Feti'», l'animatore della festa, il re del bell'abbigliamento. Intorno a lui, quattro ragazzi annuiscono silenziosi. Anche loro hanno tenute appariscenti, volutamente provocatorie: uno sfoggia una camicia hawaiana sotto un paio di bretelle vintage, un altro un paio di pantaloni di velluto a coste larghe, un altro ancora dei jeans Armani e una giacca a righe colorate troppo grande di almeno due misure.
Sono i sapeurs, i fanatici della moda e dell'abito griffato che si aggirano vestiti di tutto punto per le strade fangose e dissestate della capitale congolese. Nata negli anni '60 nella vicina Brazzaville - ma su questo esiste una querelle tra le due città rivali sulle rive del fiume Congo - la Sape (Société des ambiancieurs et des personnes élégantes) è un fenomeno di costume che fa dell'eleganza una ragione di vita, del bel vestire un imperativo categorico. Anzi, è più di un fenomeno. «La Sape è la nostra religione», lancia Golf. Le sue divinità si chiamano Pierre Cardin, Roberto Cavalli, Christian Dior, Dolce e Gabbana, Fendi, Ferré, Gaultier, Gucci, Jourdan, Miyake, Prada, Saint Laurent, Versace, Yamamoto. La sua Mecca è Bruxelles - o al massimo Parigi - dove i vestiti vengono acquistati a suon di migliaia di euro. I suoi seguaci sono persone come Golf, uomini senza un lavoro che tuttavia impiegano tutti loro stessi in questo estetismo sfrenato. «Sapeurs si nasce, non si diventa. È un richiamo del cuore», afferma solennemente il «re della festa», mentre tracanna grandi sorsate da una bottiglia di Primus, la «bière du pays», orgoglio e segno di identità di ogni congolese che si rispetti. I suoi compagni, intanto, si cambiano. Hanno una valigia piena di vestiti: completi casual hip hop, catenoni e camice di marca. Giacche e cravatte dai colori improbabili. Decine di scarpe. Papillon. Persino cappotti, piuttosto incongrui a queste latitudini. Afferrano i vestiti dalla valigia. Li esibiscono compiaciuti. Si vestono e si svestono. Si lanciano poi in una vera e propria sfilata di moda. Sulle note del «guru» papa Wemba - che con le sue canzoni e il suo look ha provveduto a diffondere la Sape e a trasformarla in uno stile di vita - salgono uno a uno sul palco e si muovono a passo di danza, mostrando come altrettanti trofei le targhette con le marche delle loro giacche, le griffe delle loro camicie, il brand delle loro scarpe. Delle ultime tendenze della moda sanno tutto: «Oggi, se vuoi un Versace, devi comprare un Versus. Gianni Versace è morto. Il suo seguace è Versus. È come Armani. La nuova tendenza è Emporio Armani», afferma Bienvenu, giocando incessantemente con i suoi occhiali da sole Dolce e Gabbana in modo da far ben vedere il marchio sull'asticella.
A differenza dei loro colleghi di Brazzaville, che hanno una tenuta più «classica» - giacca, cravatta, gilet e un cappello nero, in tre colori -, i sapeurs di Kinshasa hanno un altro obiettivo: stupire, esibirsi, farsi notare. Ecco quindi che indossano cinte dalle borchie giganti, assemblaggi assurdi e tremendamente kitsch, tutti però immancabilmente griffati. È un po' uno specchio delle differenze tra le due città, le capitali più vicine del mondo: da una parte la verde e paciosa Brazzà, villaggione dove non succede quasi mai nulla; dall'altra la turbolenta Kin-la-belle, trasformata dai successivi governi post-coloniali in Kin-la-poubelle (Kin spazzatura), ma fiera della propria inventiva, del proprio caos creativo, della propria arte d'arrangiarsi.
Se a Brazzavile la Sape è nata come status symbol dei congolesi che tornavano dall'Europa e volevano distinguersi dalla folla anonima, a Kinshasa si è sviluppata in modo più articolato, come ribellione al sistema costituito. Era la metà degli anni Sessanta. Dopo il breve governo di Patrice Lumumba, il potere passava in mano a Mobutu Sese Seko. Il dittatore dal cappello in pelle di leopardo cambiava il nome del paese, ribattezzandolo Zaire, e lanciava lo slogan dell'«autenticità»: bisognava abbandonare usi e costumi imposti dal colonizzatore. In un nazionalismo intemperante e ipocrita - Mobutu è in realtà appoggiato dalle grandi potenze occidentali e con il loro sostegno saccheggia il paese - veniva imposto anche un abbigliamento tradizionale: una casacca leggera e grigia di ispirazione vagamente maoista. In un paese in cui i partiti politici erano stati banditi, la resistenza alla linea mobutista dell'«abacost» («A bas le costume», «Abbasso la giacca») equivaleva al rifiuto di omologarsi, era un gesto profondamente politico. Così nacquero i sapeurs di Kinshasa, che oggi somigliano più a rapper americani che ai dandy dell'altra riva del fiume.
I sapeurs costituiscono una specie di setta, con le proprie regole e i propri codici linguistici e comportamentali. In speciali occasioni durante l'anno, si ritrovano tra loro e fanno vere e proprie gare di abbigliamento, in cui esibiscono con fierezza i loro vestiti. Più un abito è caro, più saranno tenuti in considerazione. Per acquistare i loro capi, si svenano o fanno svenare le proprie famiglie. «Oggi per essere sapeurs, bisogna avere un fratello, o un cugino in Europa», racconta Adolphe, mentre con un cenno ordina l'ennesima Primus a una cameriera che lo osserva con uno sguardo sospeso tra il biasimo e la compassione. Non lavorano - o fanno lavori precari. Il loro essere eleganti, gli permette qualche guadagno: a volte sono invitati ai matrimoni per animarli con la loro «bella presenza». Ma le entrate sono minori delle uscite, i costi assai più elevati dei benefici. «Per essere sapeurs lo devi sentire. È una vita di sacrifici, che tuttavia ti fa sentire in pace con te stesso», continua Golf.
Se i sapeurs di borgata come Golf sono guardati con un certo sospetto dalla gente che disapprova le loro spese principesche a fronte dei loro scarsi guadagni, è pur vero che la retorica dell'eleganza ha una sua forza consolidata nell'immaginario collettivo congolese. Il big man che riesce nella vita deve vestirsi con capi di marca, il più costosi possibile. Non per niente i predicatori delle chiese pentecostali spuntate come funghi in tutta la città hanno rielaborato il pensiero estetizzante della Sape come strumento per i loro personali fini di proselitismo. Pastori ormai celeberrimi - come Sony «Rockman» Kafuta, che nella sua chiesa «esercito dell'eterno» riesce a radunare per ogni sessione di preghiera migliaia di persone - si presentano ormai vestiti con capi di Versace e Armani, gridando al loro pubblico che «bisogna essere puliti di fronte a dio». L'abito di marca rende le loro prediche più convincenti, trasforma le loro parole in verità incontrovertibili e loro stessi in esempi da seguire e da imitare.
Il punto è che nella quotidianità sfiancante di Kinshasa, città senza ordine urbano dove solo il 5% degli abitanti ha un salario regolare, il bell'abbigliamento può diventare un modo come un altro per esorcizzare un'esistenza priva di stimoli. «Kinshasa è una città profondamente narcisistica», sostiene l'antropologo belga Filip De Boeck, che alla capitale congolese ha dedicato insieme alla fotografa Marie-Françoise Plissart un libro illuminante («Kinshasa. Tales of the invisible city»). «A Kinshasa si esiste in virtù della pubblica apparenza». Lo spazio urbano è pervaso dal «come se», è una «città spettacolo». I sapeurs sono figli di questo smodato edonismo, apparentemente folle, in cui ognuno cerca di cancellare la mancanza di prospettive inventandosi una identità alternativa, una esistenza parallela. È una città che vive di un gigantesco rimosso collettivo, in cui tutti si fanno altro da sé o cercano di tendere verso qualcosa di irraggiungibile per dare un senso alla propria vita. Un transfert gigantesco, di cui i sapeurs sono solo una delle tanti espressioni. Un transfert tanto più sorprendente in quanto viene operato in modo consapevole. Stirando il suo sorriso da bambino, Golf lo ammette senza problemi: «Kinshasa è un cumulo di macerie. Ma quando sono vestito bene, mi dimentico di vivere in quest'immondezzaio e ritrovo quello che mi manca: la pace interiore».
il manifesto del 18 Ottobre 2008 pagina 18
Foto: articolo
Musica: Les Sapeurs Premier - La Tendance
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