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Hanno già cominciato. Mancano due mesi alla “Giornata della Memoria” del 27 gennaio, ma le trombe della propaganda hanno preso a squillare con abbondante anticipo, onde arrivare alla fatidica data ad un volume tale da stordire anche il più pervicace “sordo” e sommergere le poche voci fuori dal coro. Il 29 novembre 2007, al Tg1 delle 20, sono state fornite alcune anticipazioni su un libro che la Einaudi darà alle stampe per la “festa dell’unica religione rimasta”, come l’ha felicemente definita Maurizio Blondet. Esso sarà basato sulle foto scattate da due SS, conservate nell’archivio di Arolsen, le quali documenterebbero, una volta di più, “l’orrore (unico) dell’ “Olocausto”.
Arolsen non è un archivio qualsiasi. Si tratta dell’archivio dell’Its - International Tracing Service, che dipende dal 1955 dal comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra (Icrc) ed è ubicato in Germania, nei pressi di Kassel, in Assia (Gross Allee 5/9 - D-3546 Arolsen – D -. Lo scopo principale dell’Its è di aiutare – attraverso la raccolta, la classificazione, l’amministrazione e la valutazione dei documenti del regime nazionalsocialista concernenti i civili perseguitati - coloro che hanno bisogno della prova della loro “persecuzione” per ottenere i relativi benefici (ma Norman Finkelstein ha dimostrato ne “L’industria dell’Olocausto” che i “benefici” vanno ad ingrassare i pochi facoltosi rappresentanti delle “associazioni dei sopravvissuti” con sede negli Stati Uniti). L’Its, grazie all’incetta di materiale condotta dagli “Alleati” per il tramite dell’Icrc tra gli archivi di vari lager, ha collezionato milioni di documenti relativi agli stessi lager, ai ghetti, alla politica generale del Terzo Reich nei confronti dei civili non tedeschi nelle nazioni occupate ecc. Quindi non è vero che ad Arolsen sono stati raccolti solo documenti personali, come l’uscita del libro fotografico vorrebbe far intendere, ma vi è riunita la documentazione più formidabile che esista per ricostruire la “storia”, nei minimi dettagli, di ciò che viene indicato come l’ “Olocausto”.
L’esistenza dell’archivio di Arolsen venne alla ribalta durante il secondo “processo Zündel” (cittadino canadese d’origine tedesca da anni in galera, prima in Canada poi in Germania, per reato di “leso olocausto”, quindi per un reato d’opinione), nel 1988 a Toronto, quando il suo direttore, lo svizzero Charles Biedermann, venne chiamato in giudizio dall’imputato. Robert Faurisson, che all’epoca era consulente della difesa, rilevò l’importanza di quell’archivio per la presenza di parte degli Sterbebücher, i “Registri dei decessi” di Auschwitz: com’è noto, i tedeschi registravano meticolosamente partenze ed arrivi dai lager. Biedermann – quando ancora la placca commemorativa di Auschwitz riportava la cifra di 4 milioni (oggi ve n’è una indicante 1,5 milioni!) - dovette ammetterne l’esistenza, fondamentale per stabilire la cifra esatta dei decessi ad Auschwitz, di ebrei e non.
Secondo gli atti del “processo Zündel”, Biedermann confermò l’esistenza - a Mosca e al museo di Auschwitz - di 38 o 39 “Registri dei decessi”, di cui si era già parlato al “processo Auschwitz” di Francoforte del 1963-65 (per l’esattezza, all’epoca c’erano 46 registri a Mosca e 2 ad Auschwitz); né i russi né i polacchi autorizzavano la visione di questi registri, di cui ad Arolsen esistevano copie (non è chiaro se si trattava di fotocopie o della seconda copia originale dei registri, che furono appunto redatti in due esemplari). Bidermann non volle rivelare il numero dei decessi contenuti in questi volumi. Allora già si asseriva che i presunti gasati passavano per il campo senza alcuna registrazione, ma i “Registri dei decessi” erano comunque imbarazzanti, proprio per il fatto che gli unici decessi documentati risultavano questi. In secondo luogo, perché contengono dati in aperto contrasto con la tesi ufficiale dello sterminio sistematico degli inabili al lavoro. Ad esempio, esiste il certificato di morte del detenuto ebreo Josef Hoffmann, morto il 27 giugno 1942, che era nato il 12 agosto 1852!
Attualmente, dopo l’apertura degli archivi russi negli anni Novanta, si sa dell’esistenza di 51 “Registri dei decessi” di Auschwitz, alcuni molto frammentari, che, con alcune lacune, coprono il periodo che va dall’agosto 1941 al dicembre 1943. Ogni registro contiene 1.500 pagine, ed ogni pagina corrisponde ad un certificato di morte (ma i registri non contengono quasi mai 1.500 certificati; quasi sempre qualche decina in meno), e dunque a un decesso.
Il numero totale dei certificati è di 68.864. Per il 1944 non esiste nessun registro (anche se s’ipotizza che qualche archivio russo li conservi), però ci sono i registri delle immatricolazioni (e per questo si afferma che furono gasati soltanto i detenuti non immatricolati). I registri sono attualmente conservati al museo di Auschwitz.
Secondo quanto dichiarato da Robert Faurisson nel 2004 in una lettera ad Ingrid Rimland (la moglie di Ernst Zündel), l’Its aveva una “Historische Abteilung“ (ufficio storico) che “pubblicava ogni anno delle relazioni sui lavori svolti e che erano alquanto interessanti per gli storici, ma – sempre secondo quanto scriveva Faurisson alla Rimland - nel 1979 (lo stesso anno in cui Faurisson produsse i primi risultati delle sue ricerche…), fu deciso di sopprimerlo, di sopprimere, nell’ambito delle relazioni sui lavori svolti, i due terzi di ciò che era di interesse per gli storici (l’Its pubblicava un rapporto annuale in tre parti) e, soprattutto, di creare un comitato internazionale con l’incarico di controllare l’accesso alle informazioni dell’Its e composto da Stati Uniti, Israele e otto Paesi europei”.
La Germania ne era esclusa, sebbene l’archivio venga sovvenzionato coi soldi dei contribuenti tedeschi.
Il 23 agosto 2007, il giornale svizzero “Le Temps” dava notizia che l’Its aveva fornito agli Stati Uniti e ad Israele delle copie digitali dei propri archivi. La notizia veniva ripresa alcuni giorni dopo da “Avvenire”:
“Israele, arrivano gli archivi segreti di Hitler: Sono arrivate in Israele le prime carte del cosiddetto archivio segreto di Adolf Hitler. Sono documenti tenuti segreti per sessant’anni che serviranno a identificare migliaia di vittime del nazismo che ancora permangono nell’anonimato. Le carte sono sotto il controllo di una commissione composta da undici (è stata aggiunta la Germania? ) Paesi della quale fanno parte nazioni vincitrici e nazioni sconfitte della seconda guerra mondiale. L’archivio è composto da cinquanta milioni di documenti raccolti dalla Croce Rossa e requisiti dagli Alleati nel 1943. Ci sono i dati di quasi 20 milioni di persone decedute nel conflitto, oltre che informazioni su perseguitati, deportati e prigionieri. E i registri dei campi di concentramento di Auschwitz, Bergen Belsen, Dachau e Grosrozen (recte: Gross Rosen), con i dati dei prigionieri. L’archivio sarà conservato nel museo dell’Olocausto (Yad Vashem) di Gerusalemme”.
Gli archivi dell’Its (stimati in 40 chilometri di lunghezza e della cui vastità s’è potuto rendere conto anche chi ha visto il Tg1 summenzionato) sono un tesoro inestimabile per gli storici, “revisionisti” e non.
Il regolamento per l’accesso agli archivi dice che esso può essere negato in caso di furto, danneggiamento ecc. del materiale (punto 6), ma il punto 7 attribuisce al direttore, per non precisati motivi, la facoltà di decidere chi ammettere o meno alla consultazione dell’archivio.
I fautori della “Holocaustica religio” (cfr. l’omonimo libro di Gianantonio Valli, Ed. Effepi, Genova 2007) cantano vittoria ed asseriscono che con la “apertura” dell’archivio di Arolsen verrà dato il colpo di grazia al “Revisionismo”. Ciò è vero solo perché l’accesso all’archivio verrà nei fatti negato a chi non riconosce tale religione parodistica, ma intende ricercare la verità storica, quale che sia. Per di più, se uno studioso ha pubblicato un testo “revisionista” diffuso (clandestinamente!) in Germania, ben difficilmente potrà recarsi ad Arolsen, poiché con buona probabilità, appena metterà piede in Germania, verrà mandato in galera a far compagnia a Zündel. Eppure, i primi a felicitarsi per un’apertura, senza restrizioni, degli archivi di Arolsen, sarebbero proprio gli studiosi “revisionisti”…
Potrebbe così essere ricostruita la storia di molti sventurati transitati per vari lager ma, per la storiografia trionfante, dati per “morti” ad ogni trasferimento; potrebbe essere verificata l’incongruenza tra la tesi del “genocidio” e l’elevato numero di “sopravvissuti”: si pensi al caso di Simone Jacob, nata il 13 luglio 1927 a Nizza e data per gasata ad Auschwitz il 16 aprile 1944, che poi divenne la famosa Simone Veil e fu presidente del Parlamento europeo. E, soprattutto, potrebbe essere stabilito, una volta per tutte, il numero esatto dei decessi verificatisi ad Auschwitz e negli altri lager, sbugiardando i “revisionisti” e tutti coloro che sono affetti dal “tarlo del dubbio”; lo stesso che s’instillò nella mente dei delegati dell’Icrc che nel settembre del 1944 visitarono Auschwitz, concludendo che quelle relative alle “camere a gas omicide” erano solo delle voci, per cui la definizione di “campi di sterminio” – coniata appunto dagli “Alleati” - non descriverebbe alcuna realtà esistente.
Ad ogni modo, nel 1995 è stata pubblicata la lista dei detenuti deceduti ad Auschwitz che sono elencati nei “Registri dei decessi” (Sterbebücher von Auschwitz. A cura del Museo Statale di Auschwitz. K.G. Saur, Monaco, New Providence, Londra, Parigi, 1995). Ciò non ha messo la parola “fine” alla querelle sul numero delle vittime, perché era già pronta l’obiezione: i “destinati alla gasazione” non sarebbero mai stati registrati al loro arrivo! Però sta di fatto che i soli morti documentati sono quelli iscritti in questi libri, e, sul piano storico, conta soltanto ciò che è documentato.
La sostanza è che la “religione dell’Olocausto” non ammette novità: “non c’è da aspettarsi nessuna scoperta sensazionale e non verranno fuori elementi nuovi per riscrivere la storia del Nazismo e dell’Olocausto. Però finalmente i sopravvissuti e i familiari delle vittime potranno forse saperne di più su quanto accaduto”. Così il “Corriere d’Italia” (Giornale italiano in Germania dal 1951) commenta la cosiddetta “apertura” degli archivi di Arolsen (http://www.corritalia.de/?l=762). In realtà, questi archivi si “apriranno” a seconda di chi ne farà richiesta, e l’unica vera “apertura” è stata quella concessa dal governo presieduto dalla Merkel, che ha permesso la “registrazione del materiale su dossier elettronici, così da rendere possibile la consultazione al maggior numero di interessati”.
Ma chi ha selezionato i documenti da inserire nei dossier elettronici? E perché – come riferiva “Avvenire” - il materiale cartaceo dovrà essere “conservato nel museo dell’Olocausto”? Che cosa c’è che il “maggior numero di interessati”, grazie all’opera dei “revisionisti”, non deve sapere?
Evidentemente, ciò che spaventa i chierici ed i fedeli dell’ “ultima religione rimasta” a salvaguardia di concreti interessi economici e geopolitici occidentali è la capacità di selezionare ed adoperare con criterio i documenti da parte dei “revisionisti”. L’esatto contrario di quanto accade agli impiegati nella macchina che va preparando “l’evento” del 27 gennaio: il tg1 delle 20.00 del 29 novembre e la puntata monografica del 3 dicembre del “Tg1 Storia” di Roberto Olla (in realtà Tg1 Olocausto: si controlli l’archivio delle puntate) hanno offerto un’ “anteprima” di quelle che saranno pubblicate nel volume della Einaudi, eppure alcune (tutte?) risultano già pubblicate! Una, che raffigura un gruppo di donne incolonnate, è a pagina 62 del libro di François Massoulié, “I conflitti del Medio Oriente” (ed. Giunti, 1993); un’altra, che proverebbe le “cremazioni in fosse a cielo aperto”, è a pagina 155 de L’Album d’Auschwitz, Editions su Seuil, Parigi 1983 (edizione francese di The Auschwitz Album: A Book Based Upon an Album Discoverd by a Concentration Camp Survivor, Lili Meier. Random House, New York 1981); quella dei tre uomini che strattonano una donna corpulenta è a pagina 205 dello stesso “album” (nello sfondo appare la facciata nord del crematorio IV e tre soldati che si disinteressano completamente dei personaggi in primo piano). Il tutto condito dai commenti di Marcello Pezzetti (cfr. Marcello Pezzetti, “esperto mondiale” di Auschwitz, in C. Mattogno, Olocausto: dilettanti a convegno, Effepi, Genova 2002, pp. 93-117), il quale commentava una delle foto come la prova dell’avvio di gruppi di deportati “direttamente ai forni crematori” (!?).
Queste sono dunque le “novità” che si profilano in vista del 27 gennaio 2008. Alla storia sui documenti vengono preferite fotografie da interpretare come si vuole, oppure le “memorie”, da cui riaffiorano a getto continuo “nuovi particolari”. Il “sopravvissuto” Shlomo Venezia, in tournée tutto l’anno, con la benedizione di Veltroni che si è recato ad Auschwitz appena nominato segretario del Partito democratico, ha presentato il 6 novembre in Campidoglio il suo ultimo libro di “memorie” che proverebbe “la verità sulle camere a gas” (v. la recensione del prof. Antonio Caracciolo (civiumlibertas.blogspot.com). Prima della fatidica data, vi sarà chi metterà in guardia contro il “risorgente antisemitismo”, chi eleverà moniti contro gli “antisemiti” che criticano il Sionismo, chi invocherà nuove misure legali contro il “revisionismo” e gli “assassini della memoria”… Chi, addirittura, proverà ad impegnare le già esangui casse dello Stato italiano, in “riparazioni” a beneficio dei “sopravvissuti”, assumendosi quelli che in linguaggio diplomatico sono chiamati “impegni concreti”.
Tutte cose già viste e sentite. Eppure… ben altre “novità” riserverebbero gli archivi di Arolsen se fossero “aperti” per davvero.
Enrico Galoppini
Rinascita Mercoledì 5 Dicembre 2007 (rinascita.info)
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