Calcio a due. Come l’asse Juve-Milan domina e gestisce il business del pallone Stampa

Come l’asse Juve-Milan domina e gestisce il business del pallone. Chi non si sottomette viene penalizzato o estromesso. Giraudo, l’Ideatore. Il ruolo della Gea e il controllo delle carriere arbitrali. Il caso Della Valle. La parola ai ‘pentiti’.

di Andrea Di Caro

SISTE NEL CALCIO UN CENTRO DI POTERE esterno al campo di gioco che influenza direttamente o indirettamente i risultati delle partite? Sì, esiste. Negli ultimi quindici anni questo potere è diventato ancora più evidente, crescendo di pari passo con la trasformazione del calcio, sempre meno sport e sempre più business. Esiste e lo si intuisce dai dati e dalle statistiche; lo si osserva dalla forbice esistente nella spartizione dei ricavi economici; lo si evince dagli allarmi di alcuni protagonisti, i quali denunciano le anomalie e vengono poi bollati come antisistema e quasi sempre emarginati; lo si capisce dalle lotte per occupare certe poltrone che evidentemente contano. Questo centro di potere vive oggi sull’asse Milano-Torino passando per Roma. A Milano ci sono il Milan e la sede della Lega calcio, a Torino la Juventus, a Roma ci sono la Figc e il Coni. Le statistiche non sempre rivelano la verità, ma non può non fare effetto questa sequenza: Milan, Milan, Milan, Juventus, Milan, Juventus, Juventus, Milan, Lazio, Roma, Juventus, Juventus, Milan, Juventus: ecco chi ha vinto gli ultimi 14 scudetti in Italia: 6 ciascuno le due big – Milan e Juve – con la doppia eccezione a cavallo del Giubileo rappresentata dalle squadre romane. Scudetti peraltro costati carissimo ai due club: Sergio Cragnotti ha dovuto lasciare la Lazio tra guai giudiziari con la società quasi in fallimento, mentre Franco Sensi è ancora impegnato con la sua famiglia in una difficile opera di risanamento con l’aiuto di Capitalia, dopo aver investito un’ingente parte del suo patrimonio e aver dovuto cambiare in questa stagione i connotati della propria politica sportiva, giunta a più miti consigli con chi conta, anche per ottenere vantaggi per i diritti tv. Un tempo ci si limitava a considerare «potente» quella o quelle società che per blasone o influenza diretta riuscivano a ottenere i favori di arbitri affetti da sudditanza psicologica. Inezie, rispetto a quanto accade oggi in campionati dove l’«errore » arbitrale ha certo la sua importanza, ma rappresenta solo un anello di una catena che parte prima dell’inizio del calcio giocato e si snoda attraverso l’accaparramento diretto o indiretto (via amici o colleghi di cordata) di quelle poltrone (in Lega e Figc) che consentono tra l’altro la gestione delle regole e della giustizia sportiva; attraverso quegli organi che puniscono alcuni e non toccano altri, garantiscono un’influenza per gestire la comunicazione attiva e passiva, facilitano i rapporti con certe banche e consentono di controllare il mercato limitando la concorrenza. Anche quando si parla di calcio al bar tra amici, oggi si analizzano sempre meno i gesti tecnici, le disposizioni tattiche, il valore dei giocatori in campo. Si discute sempre più del potere e dell’influenza dei dirigenti, delle poltrone che occupano, della considerazione di cui godono nel Palazzo, dei loro rapporti con gli uffici finanziari o con i media (tv e giornali) che fanno opinione e possono evidenziare o occultare scandali o processi.

C’è sicuramente qualche tifoso che non sa più cosa significhi la parola «stopper» o «centromediano», ma tutti sanno perfettamente cosa è una plusvalenza. La credibilità del calcio degli ultimi anni si è sgretolata tra scandali di ogni tipo (dai passaporti falsi al doping, dal calcio scommesse ai bilanci fasulli, dalle società praticamente fallite e miracolosamente salvate a quelle troppo in fretta fallite e poi magari risarcite saltando le categorie per «meriti sportivi»), quasi sempre risolti con pochissimi danni per chi da una vita gestisce il pallone. Le solite facce sempre più aggrinzite continuano a tirare i fili del giocattolo, gridando ogni anno «allarme» ma offrendo se stessi come possibili salvatori di un sistema arrivato al collasso. È successo di tutto, ma nessun pezzo grosso ha pagato. E non può essere solo un caso che il mondo del pallone dal proprio interno con la propria fallace giustizia sportiva non sia riuscito in questi anni a far emergere nulla e che siano sempre state la giustizia ordinaria, l’Antitrust o l’iniziativa politica a riaprire le inchieste che il Palazzo del pallone aveva chiuso in fretta. E torniamo ai passaporti falsi, ai bilanci taroccati, al doping, alle indagini sulle società di procuratori che presentano al proprio interno evidenti conflitti di interessi o per dirla con le parole di Franco Baldini «convergenza di interessi, perché di conflitti non ce ne sono proprio...». Conflitti di interessi. In un paese come il nostro ormai non ci si stupisce quasi più del fatto che il vicepresidente e amministratore delegato del Milan, il bravo e competente Adriano Galliani, sia anche presidente di Lega e che «nella sua doppia posizione spesso nelle dichiarazioni confonda i ruoli» (il presidente del Lecce Semeraro, dopo Lecce-Milan), o che «pur essendo il presidente di tutti firmi contratti tv vantaggiosi solo per la sua squadra» (Zamparini, presidente del Palermo). Né che il presidente federale, Franco Carraro, da trent’anni sulle poltrone più importanti del nostro calcio sia anche il presidente di Mediocredito Centrale, istituto finanziario facente parte del gruppo Capitalia, banca che ha interessi diretti e vanta crediti da diversi club. Né che esista una società – in base al regolamento federale – la quale gestisce una folla di giocatori e tecnici: la Gea, conosciuta anche come società «dei figli di» perché creata nel 2000 da Andrea Cragnotti (Lazio), Francesca Tanzi (Parma) e Chiara Geronzi (Capitalia). Oggi, dopo l’uscita del ramo Cragnotti- Tanzi, è presieduta da un altro rampollo, Alessandro Moggi, figlio di Luciano,

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direttore generale della Juve, e annovera tra i suoi esponenti anche Davide Lippi, figlio del ct della nazionale. Basta spulciare i nomi per accorgersi degli intrecci esistenti nelle «stanze dei bottoni». Legami e parentele che non possono offrire certezza di comportamenti irregolari, ma fanno nascere quei naturali dubbi su cui l’Antitrust sta indagando da mesi, e di cui il nostro calcio non avrebbe bisogno. Proprio quest’anno si è avuta la riconferma dell’eterno Carraro per il prossimo biennio in Federcalcio (un accordo prevederebbe l’attuale vicepresidente Abete al vertice per gli ultimi due anni del quadriennio), mentre la questione Lega è culminata in una spartizione da manuale Cencelli, secondo la tecnica del peso e del contrappeso: Galliani presidente e Zamparini vice con obbligo di controfirmare ogni atto per renderlo valido. Un meccanismo di controllo figlio dell’assoluta mancanza di fiducia reciproca tra schieramenti di presidenti tutti timorosi di essere penalizzati. Gianni Rivera, per anni indicato come candidato alternativo per la Figc o la Lega, mostra disillusione: «Credo che non ci siano più molte speranze di cambiare le cose. Ma il problema, lo ripeto, è loro. Ho perso fin troppo tempo a fare interventi, dare la mia disponibilità, proponendo di cambiare le cose. Adesso ho detto stop. Vado oltre. E le faccende della politica del calcio non le seguo più. Quel che deve succedere succeda. Ho molto di meglio da fare che seguire il teatrino del Palazzo del pallone. Il mondo del calcio ormai è così: si organizza secondo la cultura e l’intelligenza di chi lo compone. È un ente privato, si danno le regole che vogliono. Noi dall’esterno possiamo solo criticare quel che non va. Ma peggio di quello che sta succedendo da qualche anno a questa parte è impossibile. Per fare peggio dovrebbe chiudere il calcio. Per fortuna invece sopravvive a queste sovrastrutture e alle anomalie». Come quella solo italiana che riguarda il settore arbitrale. Siamo l’unico paese al mondo ad avere il doppio designatore. La coppia è formata da Paolo Bergamo (invischiato nel 1984 nel caso Vautrot, ricordate Roma-Dundee?) e Pierluigi Pairetto (finito nello scandalo del Viva Lain). I due designatori si resero necessari perché l’uno, Bergamo, garantisse Milan, Juventus e Inter (all’epoca sotto contratto con Tele+) e l’altro, Pairetto, Roma, Fiorentina, Lazio e Parma (squadre di Stream), quando ancora c’erano le «sette sorelle». Ma l’amicizia più stretta e discussa è sempre stata quella tra Pairetto e Moggi, inseparabili compagni di partite a carte e cene da Urbani, il ristorante a pochi metri dalla stazione di Porta Nuova a Torino. All’epoca in cui arbitrava, Pairetto fu anche sospeso dall’Aia per una «leggerezza»: aver accettato un invito di Moggi, all’epoca dg del Torino, ad Atene ospite del charter granata allestito per una trasferta di coppa Uefa. E gli esperti ricordano che in 11 gare, il Napoli di Moggi non ha mai perduto una partita con Pairetto arbitro. Ma sono solo statistiche. Nonostante ogni anno il campionato termini tra le polemiche per il basso livello arbitrale – quest’anno addirittura si sono fatte la guerra Milan e Juve, che si sono accusate di governare i mezzi di informazione (il Milan) e manovrare gli arbitri (la Juve) – la strana coppia resta sempre al suo posto a garantire lo status quo, promuovere certi arbitri e decidere le carriere di tutti. 2. Nel calcio regna la sfiducia. C’è un potere e c’è chi lo gestisce. E la grande stampa spesso prona e asservita si guarda bene dal denunciarlo. Certo, non bisogna cadere nella facile tentazione di inficiare tutti i successi di club organizzati e ben gestiti (il problema semmai è che non si limitano a gestire solo i loro club) o di offrire la spalla a chi piange sempre, gridando al complotto senza mai analizzare i propri errori. Né si vogliono santificare personaggi che pur denunciando anomalie hanno magari altri scheletri nel proprio armadio (mirabili certi siparietti dei nostri dirigenti che si rinfacciano i doping: farmaceutico, amministrativo, arbitrale). Chi protesta non vuole in genere distruggere la cosiddetta stanza dei bottoni, vuole entrarci per cogestirla: nella migliore delle ipotesi per difendersi, nella peggiore per trarne a propria volta il profitto più alto. Ma non si può più accettare la favola di un calcio pulito in un mondo sporco. Il calcio è uno specchio, spesso anche peggiore, del mondo in cui viviamo e in cui la corruzione, il clientelismo, il conflitto di interessi e l’ingiustizia esistono e a volte proliferano. La domanda di chi a tutto questo non crede e parla di «falsi teoremi» solitamente è: come si influenza un torneo? Come funziona la disfunzione del sistema?

Rispondiamo con le parole di chi nel mondo del pallone vive e opera. Arrivato nel calcio tre anni fa, rilevando la Fiorentina appena fallita , a Diego Della Valle (la sua squadra è tornata in A quest’anno dopo aver saltato una categoria, dalla C1 alla B, per presunti meriti sportivi) è bastato poco tempo per dire: «C’è gente timorosa nel prendere posizione, come se ci fosse poi da pagare dazio, come se uscire allo scoperto potesse comportare chissà quali reazioni contro il proprio club. Ho visto persone che non arriverebbero a iscriversi al campionato e per farlo devono parlare il meno possibile. C’è gente che è sotto schiaffo da tempo. Se si ha paura di dire quel che si pensa, significa che il sistema è sbagliato». Una denuncia che, tanto per cambiare, non incuriosì l’Ufficio indagini della Figc, ma che venne confermata tre giorni dopo, l’11 ottobre, in un’intervista rilasciatami per il quotidiano il Romanista dal presidente del Brescia, il commendatore Luigi Corioni detto Gino, bresciano, classe 1937, da trent’anni nel calcio come presidente di Ospitaletto, Bologna e Brescia. Un «uomo di mondo» che il suo piccolo impero se lo è costruito. «Ho fatto i soldi con i cessi», ha detto con schiettezza più di una volta. E non c’è nulla da ridere: ha due aziende con sede in Ospitaletto, la Saniplast, specializzata in tavolette da water e altri mobili da bagno, e la Saniflor, che produce tappetini (sempre da bagno). Corioni ha provato a svelare la mappa del potere calcistico in Italia usando termini da Mario Puzo, parlando di un «Ideatore », di esecutori, di alleati e di controllori scelti dal potere per non controllare. La premessa di Corioni: «In serie A e B la metà dei dirigenti sono ai primi anni nel calcio, quindi influenzabili e spaventabili. A me che ho un’età e un’esperienza antica, solo pochi anni fa c’è chi ha detto: “Se ti metti contro di noi, non fai calcio. Lo sai dove va a finire il Brescia? in Interregionale”. Io me ne frego, ma altri?». Riportiamo alcuni brani dell’intervista. «D. Lei ha fatto cenno ad avvertimenti, quasi minacce e consigli su come comportarsi se non si vogliono passare guai sportivi. Come avvengono questi colloqui? R. Così come il nostro adesso. Si discute su un argomento e scatta la frase: “Guarda che io (o noi, o loro) ti mando in quarta serie”. D. Ma chi è che minaccia? I padroni del pallone? I presidenti di Lega e Figc? R. Guardi, noi da otto anni abbiamo un Ideatore. Uno che partorisce idee che vanno d’accordo con gli interessi del Milan, per cui il presidente di Lega le sposa. Il presidente federale invece non ci pensa nemmeno a portare avanti un’idea sua che possa andare contro quella dell’Ideatore e, in seconda battuta, del Milan. D. È l’Ideatore che fa capire che è meglio non schierarsi contro? R. È il gruppo che gira intorno all’Ideatore, lui non fa queste cose. Ma è l’Ideatore che decide da anni le situazioni più importanti del calcio. D. L’Ideatore è quello che viene comunemente definito «il grande vecchio»? R. No, non direi nemmeno vecchio. Lui è solo il grande comandante. D. Questo grande comandante fuma il sigaro? R. Ma no, lasci stare Moggi... Moggi si diverte in questo tipo di situazioni. Lui magari è il braccio, questo sì, ma la mente no».

Provate a usare un po’ di immaginazione. Qui si parte da molto lontano, dalla Fiat, dai rapporti tra Gianni e Umberto Agnelli che vedevano il calcio in maniera diversa. Gianni era figlio di un calcio diverso, voleva un calcio vero. Voleva vincere, ma nella maniera giusta. Dai contrasti su queste cose sono usciti personaggi di un certo tipo. Alla fine, faccio il nome di Giraudo, amministratore delegato della Juventus. E Corioni: «L’hai detto tu, non io». Poi aggiunge: «Giraudo è un uomo che ha lavorato tutta la vita per la Fiat. Prima del ritorno di Umberto, lui era stato tagliato fuori da Gianni. Né l’avvocato né Romiti erano suoi sponsor, ma non so il perché. Forse perché erano legati alla vecchia scuola, all’era Boniperti, a quello che veniva chiamato “stile Juventus”. Si trattava sempre di potere, ma forse veniva gestito in un altro modo e con un’altra eleganza. Era un altro calcio. Lo stile Juve esisteva davvero, la riconoscenza ai loro vecchi campioni, il modo di dire le cose. Questi dirigenti attuali pensano solo ai risultati. Sono l’opposto dello stile Juve cui siamo abituati a pensare. Badano al sodo e ai soldi. Ai diritti tv». Ricordo a Corioni il convegno organizzato dal Romanista: si chiedeva aiuto alla politica e si prospettava la vendita collettiva dei diritti tv, e il giorno dopo Juve, Milan e Inter firmavano il rinnovo dei loro accordi con Sky. «E allora le racconto una cosa anch’io: in gennaio incontro Carraro e gli dico di avere l’impressione che le tre grandi vogliano rinnovare il proprio contratto che scadeva nel 2005. Lui mi rassicura: “No, stai tranquillo, non è possibile. Ormai tutti hanno capito che quel modo di contrattare singolarmente è sbagliato. Stai tranquillo”. Io gli dico: “Guarda che se allungano il contratto si chiude l’idea di stabilire il valore complessivo del campionato. Noi dobbiamo vendere il campionato intero, non la Juve, l’Inter o il Milan. Perché se non c’è anche il Brescia, il Livorno, l’Atalanta, poi che fanno le grandi, giocano tra di loro? Da soli tre o quattro club? È la Lega che deve trattare il campionato, poi litigheremo per la divisione interna. ‘Si sì’, mi ha detto Carraro, ‘questo ormai lo hanno capito tutti’ ”. In marzo Carraro mi chiama e mi dice: “Gino quel discorso là non è possibile, per cui arrangiatevi voi in Lega per pretendere una mutualità diversa”. Io di rimando: “Scusa noi possiamo anche agitarci ma tu che sei il capo della Figc perché non hai bloccato qualcosa?”. La realtà è che lui non può portare avanti le sue idee e questa è la prova più chiara. Perché non ha pensato neanche un attimo che qualcosa nel calcio possa cambiare». Gli faccio notare che Carraro verrà rieletto presidente della Figc. «È troppo comodo che lui perda i Mondiali maledettamente male, gli Europei schifosamente male, e resti lì. Finge di dare le dimissioni con l’accordo che vengano respinte». Da chi parte l’accordo? «Sempre dalle solite due società che convincono il Consiglio federale, composto in maniera scriteriata, a respingere le dimissioni. Allora è una presa in giro (il termine è più colorito, n.d.r.)». Il giorno successivo, sempre al Romanista, in una staffetta non concordata, Zamparini raccoglie il testimone da Corioni e dice tutto. Fa senza timore il nome dell’Ideatore evocato dal collega: «È Giraudo, io lo dico apertamente». E aggiunge: «Tutti conoscono l’asse del potere Milan-Juve, anche la stampa che non ne parla.

Ma il problema più che nei nomi è nel sistema: immorale». Per concludere su un futuro scenario economico-politico-sportivo: «Luca Cordero di Montezemolo (fraterno amico di Diego Della Valle, n.d.r.) è con noi, la pensa come noi». Zamparini continua: «Galliani e Giraudo sono due manager, l’unica loro occupazione è fare gli interessi di Milan e Juventus. Noi altri presidenti abbiamo anche altri affari a cui pensare. Invece loro si possono apparecchiare il terreno e il futuro con calma: uno in Lega, Carraro in Figc, Tizio fa comodo qua, Caio là... E quando arriviamo noi la tavola è già pronta. Dobbiamo spezzare questa catena per l’interesse del calcio. Il potere è forte, è lì il condizionamento». Al momento di queste interviste il fronte guidato da Della Valle era in piena organizzazione per cercare di stoppare la rielezione di Galliani e presentare come candidato un manager esterno al calcio. Dopo mesi di battaglie, vertici, alleanze, spaccature, minacce e rinvii, la rivoluzione da molti promessa e da tanti attesa ha lasciato il posto alla divisione delle poltrone. Galliani è stato confermato presidente di Lega, il gruppo Della Valle ha ottenuto la vicepresidenza con Zamparini. Spartiti anche i consiglieri di Lega: Rosella Sensi (Roma), Facchetti (Inter), Lotito (Lazio) per il gruppo Galliani, Garrone (Sampdoria) e Spinelli (Livorno) per il gruppo Della Valle. Pesi e contrappesi. «Tutti si controlleranno a vicenda », chiosò Gazzoni Frascara (Bologna), che come «dellavalliano» oggi ricopre la poltrona di consigliere federale mentre l’altra spetta al «gallianiano» Giraudo. Un’allegra brigata in cui sembra vincano tutti e perda il calcio. Perché ogni volta che c’è da prendere una decisione importante il giocattolo si blocca. E sui diritti televisivi, oggi vero ago della bilancia, lo scontro resta aspro. Finora il tentativo di Zamparini di seguire il modello inglese – divisione dei diritti tv anche in base anche alla posizione in classifica, al bacino d’utenza e a una più ampia mutualità – è andato a vuoto. 3. Un’altra picconata al sistema è arrivata dalle dichiarazioni rilasciate all’Espresso e a Repubblica, l’8 febbraio scorso, dall’ex presidente dell’Ancona Ermanno Pieroni. Un dettagliato j’accuse contro Luciano Moggi, il sistema di potere e la piovra calcistica italiana. Nomi, fatti, esempi, modi di agire. Eppure le testate sportive incomprensibilmente (o in maniera molto comprensibile) non hanno seguito le accuse di Pieroni, preferendo un silenzio simile all’omertà. Intendiamoci: Ermanno Pieroni non è certo Robin Hood. Ha un passato pieno di macchie, deve rispondere di bancarotta, ha aperti contro di lui sette processi. E si è fatto, lui solo però nel marciume del calcio italiano degli ultimi anni infestato dagli scandali, 53 giorni di carcere. Pieroni non ha l’etica di uno Zeman, è uno che per sua stessa ammissione ne ha combinate tante; a maggior ragione però le sue accuse pesano. È una sorta di pentito. Magari livoroso, ma informato. Parla di trucchi che conosce.

Questi i passaggi più significativi della lunga intervista: «Ho vissuto in un calcio corrotto, ma ho fatto appena il 10% di quello che ho visto, a tutti i livelli. Ho pagato stipendi in nero, ho evaso le tasse, e per questo ho fatto 53 giorni di carcere e 110 di arresti domiciliari. Se devo ricostruire chi me l’ha fatta pagare, Moggi è in cima ai miei pensieri. Non mi ha mai perdonato la sconfitta della Juve a Perugia il 14 maggio del 2000 (Pieroni era il ds degli umbri, n.d.r.). Avevo appena firmato un contratto triennale col Torino per tre miliardi netti, ma la stampa locale dopo quella partita montò una campagna contro di me, fu organizzata una contestazione dei tifosi a Torino, aizzati da qualcuno. Il presidente del Torino stracciò il contratto: “Pieroni, qui c’è incompatibilità ambientale”. Quello che ho sempre sospettato, l’intervento di Moggi, è diventato un elemento del processo in corso ad Ancona. (…) Luciano riesce a controllare con i suoi uomini otto squadre di A. Ora sta facendo pressioni per entrare nella Roma. Ha piazzato direttori sportivi e dirigenti in tante società, anche quelle apparentemente nemiche. Ha uomini in 20 club di B e C. Attraverso la Gea controlla duecento giocatori e molti allenatori. Così si condizionano i risultati». Picchio De Sisti, chiamato in causa da Pieroni, ha di fatto confermato: «Io ebbi l’impudenza di denunciare in un’intervista un sistema corrotto, ambiguo, che reclutava allenatori e giocatori. Tutto il sistema faceva capo a Lucianone. Un sistema di controllo che poi è stato ufficializzato con la Gea. Feci questa denuncia nell’aprile del 1994. Prima di quell’intervista mi avevano cercato Olimpiakos, Cosenza, Avellino. Dopo, tabula rasa». De Sisti racconta poi dell’influenza che Moggi ebbe in negativo sulla sua carriera: «Allenavo l’Ascoli, una società con la quale Moggi collaborava, faceva parte del suo giro. Io chiesi a Rozzi due giocatori: un libero e un attaccante rapido, un contropiedista per intendersi. Moggi invece voleva per forza darci un centrocampista, Stringara, e un esterno di fascia, Carillo. Io dissi no: non mi servivano, mi impuntai e non vennero. Qualcuno poi mi disse: hai fatto male, era meglio che te li prendevi. Risultato? Sono uscito dal giro. Io non dico che fossi tra i big della panchina, ma nel calcio ci potevo stare alla grande». L’avvocato Dario Canovi, decano dei procuratori sportivi, racconta di come la Gea convinse un suo noto giocatore a lasciarlo: «Per onestà credo sia giusto dire che i miei problemi più grandi, quelli che poi sono stati legati a giocatori che hanno lasciato all’improvviso il sottoscritto per passare alla Gea, sono legati alla prima Gea, quella geronziana, non quella moggiana. Il caso più eclatante fu Nesta, era come un figlio per me. L’ho visto crescere e diventare uomo e calciatore in una Lazio che poi cambiò volto, metodi e alleanze. Per convincere Nesta a passare alla Gea usarono un metodo che di solito si vede nei film di spionaggio: fu prelevato da una macchinona nera con i vetri fumé fuori dal campo di allenamento e iniziarono a girare per Roma mentre all’interno dell’auto si svolgeva la trattativa che non riguardava solo le prestazioni dell’atleta ma tutta una serie di favori e promesse. Alcune mantenute, altre forse no. Si parlava anche del ruolo del fratello di Alessandro, del suo futuro professionale che sarebbe stato facilitato...». Le dichiarazioni di Pieroni, non considerate dall’Ufficio indagini, sono state raccolte e approfondite da una commissione dell’Antitrust che sta indagando sulla libera concorrenza in vari settori, dai diritti tv, con un’attenzione particolare al digitale terrestre, al mercato, con un occhio attento proprio alla Gea, che sin dalla sua nascita è stata accusata da altri procuratori di essere in una posizione dominante. Nel marzo del 2002, nel pieno delle polemiche, la Figc di Carraro fu costretta a formare una commissione di dieci membri, che dopo nove mesi di lentissime indagini stabilì che la Gea operava legittimamente e senza commettere violazioni regolamentari. Conclusioni che evidentemente non convincono oggi l’Antitrust. Per la soddisfazione di uno degli agenti dei calciatori più noti del nostro calcio, Claudio Pasqualin: «Finalmente qualcosa si muove, dopo anni di omertà, di finte inchieste federali, di regolamenti lacunosi fatti ad arte per far crescere e proliferare realtà quanto meno discutibili, forse si riuscirà a fare chiarezza sulla Gea e in generale sul mondo degli agenti. Peccato che, come al solito, non sia stato il calcio a voler fare pulizia dal suo interno, ma una realtà esterna, l’Antitrust. Che evidentemente ragiona in termini più obiettivi rispetto alla nostra Federcalcio. Questa indagine è la dimostrazione che nessuno crede all’efficacia delle attuali norme federali che sono ridicole, penose e del tutto inefficaci. L’apertura dell’indagine è poi una chiara sconfessione della vecchia inchiesta fatta dalla Figc un paio di anni fa e conclusa con il solito “tutto bene, madama la marchesa”. Oggi bisognerebbe andare a riprendere quegli atti, vedere chi portò avanti quell’inchiesta lacunosa, perché fu chiusa in quel modo e indagare sugli eventuali legami tra vertici del Palazzo pallonaro e dirigenti o figli di dirigenti su cui si indagò». Il campionato di quest’anno si è concluso con un testa a testa Juve-Milan vinto dai bianconeri, ma il sale è stato soprattutto in coda alla classifica. Alcuni risultati, scontati, sono arrivati al termine di partite praticamente non giocate. Unica voce fuori dal coro quella di Zeman, che ha polemizzato con i suoi stessi giocatori al termine del pareggio ottenuto nella penultima partita a Reggio Calabria (risultato 2-2 e commento: «Questo non è calcio») e nell’ultima gara casalinga contro il Parma, un 3- 3 che lo fece infuriare a tal punto da piazzarsi polemicamente dietro la sua panchina: «Non mi piace vedere la mia squadra che aspetta che gli avversari segnino». Non solo inciuci più o meno organizzati, però. C’era chi come la Fiorentina stava pagando carissimo una svista clamorosa, una delle tante della sua travagliata stagione, dell’arbitro Rosetti contro la Lazio all’Olimpico. La retrocessione dei viola è stata evitata all’ultima giornata, dopo una settimana di polemiche e una città sul piede di guerra. Al termine della partita vinta col Brescia ha lasciato sconcertati una dichiarazione di Andrea Della Valle, presidente della Fiorentina e fratello di Diego, che di fatto ha sconfessato un anno di... lotte aderendo alla compagnia dei dirigenti spaventati che aveva cercato di spronare: «Questo finale di stagione è stato una grande palestra di vita. Non ripeteremo più gli stessi errori. Forse siamo stati scomodi per il Palazzo, speriamo di non esserlo più. Non faremo più i capi delle battaglie, non farò più battaglie con nessuno. Non voglio essere in prima linea se poi a rimetterci dobbiamo essere solo noi. Le battaglie le chiudiamo qui». Allora: esiste o no un potere nel calcio? 

LIMES "LA PALLA NON E' ROTONDA"
Quaderni Speciali Supplemento al n3 anno 2005 pag.31-39 

 
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